Uomini al volante

La vista degli uomini al volante mi riempie sempre di meraviglia.

Sembra che in loro operi un programma. Come tutti i programmi, anche questo ha diverse versioni ma la sua funzione è sempre la stessa: prendere di mira un altro uomo al volante, costruirsi un’immagine ed una logica secondo le quali è colpevole dei peggiori misfatti e soprattutto è stupido e sopraffattore, insultarlo, trionfare su di lui e proseguire vittorioso il proprio cammino di automobilista superiore.

Il colpo è costantemente in canna ed aspetta l’occasione propizia per essere sparato.

Non si cada nell’errore di pensare che il colpo venga sparato come conseguenza del comportamento degli altri combattenti! Avviene il contrario: il loro comportamento viene interpretato in modo tale da poter sparare.

Vi faccio un piccolo esempio. Un giorno dovevo uscire da un cancello ed immettermi su una strada trafficatissima, con una fila continua e quasi ferma. Nessuno mi lasciva entrare. A un certo momento si è creato un piccolo spazio tra un’auto e l’altra e sono avanzato di qualche decimetro, proponendo implicitamente chi seguiva di avere la cortesia di lasciarmi passare, dato che in base alle regole della precedenza sarei rimasto lì a tempo indeterminato. Ma chi seguiva aveva l’esigenza di metter mano al grilletto. Ha dato un colpo di acceleratore, ha allargato sgommando, mi è passato rabbiosamente davanti ed è andato a fermarsi, inchiodando per non tamponarlo, dietro all’auto che lo precedeva in fila. Con questa brillante manovra si è trovato davanti a me, guadagnando qualche metro nella fila; il che, tradotto in tempo ad una velocità di venti chilometri all’ora, non raggiunge un secondo. Ma quello che contava era non subire l’affronto che qualcuno gli sottraesse il suo posto, e trovare una ragione per classificare il sottoscritto in una delle categorie dal nome infamante che abitavano la sua mente…

Da parte mia, ho acquisito una filosofia completamente diversa, che rende più belle le mie giornate ed anche quelle degli altri.

Ho installato un programma anch’io. Questo cerca l’occasione per sorridere e per fare una gentilezza. In una situazione come quella che ho descritto poco fa, mi fermo e faccio passare chi si trova in difficoltà. Anche se ho la precedenza. Anche se perdo un secondo e, a dire la verità, anche se ne perdo di più. Non ritengo i miei secondi così preziosi. O meglio, li ritengo preziosi in quanto mi permettono di fare qualcosa che faccia star bene me stesso e gli altri, non di arrivare inutilmente a destinazione un minuto prima. Procedo cogliendo ogni occasione per abbellire le strade, deturpate dell’ostilità di chi usa il programma concorrente. Il mio ha un database che non contiene insulti, e da quando lo uso non ne ho mai sentito la mancanza.

Vi prego, però, di fare attenzione. Ho detto che mi piace essere gentile e aiutare chi è in difficoltà, non che mi piace dare spazio ai prepotenti. Non faccio strada a chi procede come se ne fosse il padrone. Ma non ho insulti neppure per lui. Mi limito ad andare per la mia strada, senza cedere alla prepotenza, e dentro di me mi auguro che l’infelice personaggio (sì, la prepotenza rende infelici, qualcuno non se ne è accorto?) possa ritornare sulla strada della ragione. E anche questo lo spero con un sorriso, anche se con molta fermezza.

Una delle caratteristiche deleterie del software dell’automobilista è che opera anche sui compagni di viaggio. Quando il guidatore parte con la lancia in resta suggerisce di sostenerlo e dargli ragione. Non sapevate che anche il software ha la sua solidarietà? Le convenzioni fanno sembrare quasi offensivo prendere le distanze da chi guida e non assecondarlo nelle sue epiche battaglie. Io penso invece che sia educato e doveroso. Solleticare l’ego infuriato di un compagno di viaggio non è, come dicevo ironicamente, solidarietà. È solo banale e dannosissimo conformismo.

Aver bisogno di aggredire gli altri in qualsiasi forma è segno di una grande miseria. Puntellare il proprio traballante ego a suon d’insulti (per non dir di peggio) non può in alcun modo darne un’immagine migliore, né a se stesso né agli altri. È solo una scorciatoia, banale fino alla noia, che si autoalimenta e rende tutti più infelici. Se i nostri rabbiosi automobilisti si fermassero non dico a meditare, ma almeno a riflettere, magari potrebbero cominciare a capire…

Le parole per dirlo 4: lessico quotidiano

Veniamo al mondo in un luogo ed in un tempo che hanno il loro lessico, e la mappa di questo lessico indirizza non solo le nostre parole ma anche i nostri pensieri e le nostre azioni.

Facciamo una semplice analogia da un argomento diverso dal lessico: le cose che troviamo intorno a noi per strada. Se camminiamo per le vie di una città di questa Italia del 2017, che cosa vedremo? Tra le altre cose, molti negozi di abbigliamento, molti negozi di prodotti e servizi telefonici, molti centri di tatuaggi, molte centri scommesse, molte sale slot, molti estetisti. Troviamo normale che nelle nostre strade si trovi un centro scommesse ad ogni incrocio ed uno di tatuaggi ad ogni rettilineo. Troviamo normale che non ci siano luoghi dove raccogliersi in silenzio e meditare. Questi ci suonano come cose strane, che non riusciamo neppure a visualizzare con precisione. Troviamo normale che ci siano poche biblioteche. E troviamo naturale non leggere libri, non meditare ma farci tatuaggi, scommettere, consumare smartphone come tramezzini, taroccarci per apparire belli… Quello che finiamo per fare dipende da quello che troviamo l’opportunità di fare. Quello che non ci viene presentato, proposto e pubblicizzato dovremmo cercarlo di nostra iniziativa, ma questo lo facciamo solo se in qualche modo ce ne è venuta l’idea; e molte delle nostre idee provengono appunto da altri che girano per le nostre stesse strade.

Con le parole accade lo stesso. Troviamo intorno a noi, e quindi dentro di noi, un lessico molto fornito per descrivere abiti e smartphone, per descrivere il funzionamento di aziende e istituzioni, per descrivere fenomeni naturali e varie tecnologie. Troviamo, però, poche e stentate parole per descrivere i nostri stati mentali, il modo in cui entriamo in relazione con i nostri simili e dissimili, i fattori che ci rendono felici e infelici; e di queste poche parole la maggior parte riguardano stati mentali, interazioni e fenomeni che ci fanno soffrire. Quante volte non sappiamo dare un nome a quello che sentiamo, e rapidamente ne distogliamo lo sguardo finendo per non riconoscerlo!

Ho avuto occasione, recentemente, di sfogliare un testo di studio di una lingua straniera. C’è una sezione lessicale, con la terminologia che permette di trattare gli argomenti che servono ogni giorno, dalla famiglia allo sport, dalla casa alle vacanze. Ci sono dialoghi su ristoranti, acquisti, operazioni bancarie e quant’altro. Il problema di descrivere quello che sentiamo non si pone neppure. Non “serve”. Ci sembra logico che i manuali ignorino ciò che non è di immediata utilità, ma se ci si ferma a riflettere si capisce che non lo è affatto. Impariamo, nella nostra o in un’altra lingua, a usare sms e whatsapp. E poi, che cosa sappiamo scrivere con questi prodigiosi mezzi di comunicazione? Sembra a volte che le parole che usiamo per descrivere il modo in cui comunichiamo siano più di quelle che usiamo per comunicare qualcosa!

Per trattare il problema di come affrontare una scelta difficile, per ragionare sui valori in gioco e sulle nostre reali motivazioni ci mancano spesso le parole, le idee e la stessa volontà di fermarci a riflettere, cercare di capire ed accettare di poter modificare le nostre opinioni e i nostri comportamenti.

Per fare tutto questo bisogna aver imparato ad uscire dalla corrente, indifferenti a quelle che Gauss chiamava “grida dei beoti” (ma, dall’alto del suo genio, non aveva il coraggio di affrontare!), aver imparato che lo spirito del tempo non è la verità, aver imparato ad esplorare strade che qui ed oggi sono poco frequentate ma sono ricche di impronte, vecchie e recenti, dei più grandi uomini…

Cose viste dall’alto

Se cerchiamo di immaginare che cosa si provi in situazioni molto diverse da quelle ordinarie possiamo facilmente e gravemente ingannarci.

Sottopongo alla vostra riflessione un evento certo non frequente: la caduta da una montagna o da un ponte. Potremmo pensare che in tali frangenti si attraversi, prima dell’impatto finale, qualche secondo di terrore ed angoscia. Nel caso della montagna si aggiungerebbe il dolore per gli urti contro le rocce.

Sbaglieremmo in entrambi i casi, ed in modo radicale, come ci dicono molte e concordi testimonianze dirette di chi, nelle situazioni descritte, si è salvato.

Tra le fonti attendibili ne ho scelte due che hanno avuto importanza nella storia degli studi sull’argomento.

La prima è un articolo pubblicato nel 1892 da Albert von St. Gallen Heim, che era un geologo (professore all’Università di Zurigo) ed alpinista. Heim ebbe un incidente, in seguito al quale fece una ricerca che fu pubblicata sul bollettino del Club Alpino Svizzero.

Che cosa hanno raccontato le persone sopravvissute alle cadute?

Questa è la sintesi fatta da Heim:

«Non ci fu sofferenza, né la paura paralizzante che può presentarsi in situazioni di minor pericolo (come lo scoppiare di un incendio). Non ci fu angoscia, nessuna traccia di disperazione, nessun dolore; piuttosto, una solennità calma, una profonda accettazione, una predominante rapidità mentale ed un senso di sicurezza. L’attività mentale divenne rapidissima, crescendo di cento volte per velocità o intensità. Le relazioni tra gli eventi e i loro probabili effetti erano previsti con chiarezza oggettiva. Non ci fu nessuna confusione. Il tempo si espanse ampiamente. L’individuo agiva con rapidità fulminea in base ad una valutazione accurata della situazione. In molti casi seguì un’improvvisa revisione dell’intero passato della persona; ed alla fine la persona che cadeva spesso udì una bella musica e cadde in un cielo di un blu superbo con nuvolette rosa. Poi si perdeva conoscenza senza dolore, generalmente al momento dell’impatto che era, prevalentemente, udito ma non percepito dolorosamente».

Questa è la testimonianza diretta della caduta dello stesso Heim, che diede origine alla ricerca:

«Considerai come la notizia della mia morte sarebbe arrivata alle persone che amavo e nel pensiero le consolai. Poi vidi la mia intera vita passata svolgersi in molte immagini, come su un palcoscenico a qualche distanza da me. Mi vidi come il protagonista della rappresentazione. Tutto era trasfigurato come da una luce celeste e tutto era bello e senza sofferenza, senza angoscia e senza dolore. Anche il ricordo delle esperienze tragiche che avevo vissuto era chiaro ma non rattristante. Non sentivo conflitto né lotta; il conflitto era trasformato in amore. Pensieri elevati ed armoniosi predominavano ed univano le singole immagini, e come una musica magnifica una calma divina si diffuse nella mia anima. Fui sempre più circondato da uno splendido cielo blu con delicate nuvolette rosee e viola. Ci entrai senza dolore e dolcemente e vidi che stavo cadendo liberamente nell’aria e che sotto di me aspettava un campo di neve. Le osservazioni oggettive, i pensieri e le sensazioni soggettive erano simultanei. Allora sentii un colpo sordo e la mia caduta era finita».

Prima dell’esame delle altre testimonianze troviamo queste considerazioni (Heim estese la sua ricerca oltre le cadute in montagna): «Le persone che erano cadute da grandi altezze non erano consapevoli che le loro ossa si erano rotte finché non cercavano di alzarsi. Un ragazzo italiano di sedici anni che era caduto da un’impalcatura subendo fratture al cranio e alla clavicola mi disse di aver solo udito il rumore delle ossa che si rompevano ma senza sentire alcun dolore»; «Uomini colpiti da proiettili in tempo di guerra non avevano sentito entrare le pallottole. Si accorsero di essere stati colpiti perché un arto non si muoveva più o sanguinava».

Ed ora ascoltiamo qualcuno degli intervistati: «Durante la caduta non ho provato nessuna sensazione spiacevole. Ricordo con chiarezza di aver fatto tre o quattro salti mortali in aria; questo mi fece temere di perdere il coltellino che mio padre mi aveva regalato. Nonostante le molte ferite posso assicurare ancora una volta che durante la caduta non ho avuto la minima sensazione spiacevole, dolorosa o ansiosa. Non ho sentito niente dell’urto da molto prima di perdere coscienza».

Quello che segue è il racconto di un alpinista caduto all’indietro dalla cima del Kärpfstock: «La caduta all’indietro e verso l’esterno fu, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, completamente priva delle sensazioni angosciose che spesso si hanno nei sogni. Al contrario, mi sono trovato a fluttuare all’indietro nel modo più piacevole e durante la caduta ho avuto la consapevolezza più piena. Senza dolore né angoscia ho esaminato la mia situazione, il futuro della mia famiglia ed i provvedimenti che già avevo preso per la loro sicurezza con una rapidità della quale non ero mai stato capace prima. Non c’è stata traccia della mancanza del respiro della quale spesso si parla, e senza alcun dolore ho perso coscienza al momento dell’urto più forte sul tappeto di neve che copriva la roccia. Non ho sentito nulla delle ferite che avevo subito sulla testa e sugli arti. Non riesco ad immaginare un modo più dolce e bello di morie. Certamente, il risveglio portò sensazioni diverse».

Heim aggiunge che i racconti di cadute raccolti da altre testimonianze concordano con quelli delle persone da lui intervistate.

Lo psichiatra David Rosen di San Francisco ha condotto nel 1975 uno studio tra i sopravvissuti ad un tuffo suicida dal Golden Gate Bridge. Come è facile immaginare, il numero dei candidati allo studio è molto ridotto (il ponte è alto circa 67 metri sul livello dell’acqua): undici persone, l’uno per cento degli aspiranti suicidi. Di questi è stato possibile intervistarne sei.

Che cosa può accadere in quella manciata di secondi?

Tutti gli intervistati hanno descritto la caduta come tranquilla e piena di pace, senza nulla di terrificante. Sentiamo le loro parole: «È stata la sensazione più piacevole che abbia mai provato. Vedevo l’orizzonte ed il cielo blu e pensavo a quanto fosse bello», «Mi sentivo come un uccello in volo, una tranquillità totale. Nella mia mente stavo lasciando un regno ed entrando in un altro. Non ho lottato. Ho lasciato andare. Desideravo sapere che cosa sarebbe venuto dopo».

Ma c’è di più. Rosen ci dice: «Tutti hanno provato, in qualche misura, fenomeni di trascendenza e rinascita spirituale, simili a precedenti racconti di esperienze religiose e transpersonali». Uno degli intervistati dice di aver sentito che «c’è nel cielo un Dio benevolo che permea tutte le cose dell’Universo»; e noi siamo tutti membri «della divinità, quella grande umanità divina». Un altro, in seguito all’esperienza, dice che tutto quello che vuole è «fare qualcosa per gli altri». Un altro ancora racconta: «Ero pieno di una nuova speranza e di uno scopo nella vita. Questo oltrepassa la comprensione della maggior parte delle persone. Apprezzo il miracolo della vita, come guardare un uccello che vola; ogni cosa è più ricca di significato quando ti avvicini tanto a perderla. Ho provato un senso di unità con tutti gli uomini. Dopo la mia rinascita psicologica sento la sofferenza degli altri […]. Ogni cosa era chiara e luminosa, e sono diventato consapevole della mia relazione con il mio creatore».

Non entrerò (per adesso, eh!) nel merito delle possibili interpretazioni di questi fenomeni. Vorrei solo sottolineare quale capacità di farci soffrire abbiano opinioni ed aspettative che creiamo arbitrariamente. Qui si tratta del dolore e dell’angoscia che attribuiamo a persone che ci hanno lasciati, oppure del terrore che associamo all’eventualità di vivere in prima persona gli incidenti dei quali ho parlato. Il discorso è molto più vasto, e riguarda un gran numero di esperienze delle quali abbiamo una rappresentazione arbitraria che ci fa soffrire senza ragione. Solamente ascoltando ed aprendoci all’inatteso possiamo correggere il tiro…

Il sorpasso del Chimborazo

Il mese scorso si è diffusa sul web la notizia che il monte più alto della Terra non è l’Everest ma il Chimborazo, nelle Ande ecuadoriane.

L’Everest è il più alto sul livello del mare. Però, data la forma schiacciata della Terra, la cima più distante dal suo centro è appunto quella del Chimborazo. Intorno all’equatore il livello del mare è più lontano dal centro della Terra di quanto lo sia alla latitudine dell’Everest.

In realtà l’ipotesi è stata fatta qualche anno fa, ma adesso è stata confermata da una spedizione.

Questa storia presenta più di un punto di interesse.

Che l’Everest fosse il monte più alto del pianeta lo imparavamo alle scuole elementari, ed era scontato e fuori discussione. Era un fatto, e non si discuteva.

Ricordo ancora che all’ultimo anno di liceo – correva l’anno 1968! – anche la mia scuola fu lambita dalle onde della contestazione e qualche compagno (di classe!) avanzò rivendicazioni di un maggiore colloquio. Il professore di scienze ebbe a rilevare che sì, il colloquio andava bene, ma che cosa ci sarebbe stato da colloquiare se ci diceva che il Sole si trova a centocinquanta milioni di chilometri dalla Terra? È così e basta, perbacco!

Ahinoi, molti uomini di scienza (che poi il professore in questione lo fosse è un altro paio di maniche) tendono ad ignorarne la storia, e a sopravvalutare le nostre attuali conoscenze come se fossero un punto di arrivo e non il brancolare da semianalfabeti del sapere che verosimilmente sono. Quelli che qualsiasi fisico di fine Ottocento considerava fatti stabiliti con assoluta certezza hanno cessato di essere tali in pochi decenni. L’intera visione meccanicistica e deterministica dell’Universo è crollata come la New Town dell’Aquila.

Ma non intendo intrattenere i miei pazienti lettori sui limiti della conoscenza scientifica (per oggi…).

Vorrei invece soffermarmi brevemente su quello che usiamo definire “un fatto”. Prima che girasse la faccenda del Chimborazo (quasi) tutti, di fronte all’affermazione “Il monte più alto della Terra è l’Everest”, avrebbero convenuto che, ovviamente, “è un fatto”, e tanti lo sosterrebbero ancora oggi.

Il punto è che quell’affermazione non descrive un fatto, ma una serie di interpretazioni. L’espressione “Il monte più alto” non ha un significato univoco, come è risultato evidente dal sorpasso del Chimborazo. Che significa “più alto”? Niente di definito, come si è visto.

Questo avviene per ogni frase che possiamo comporre. Non esistono nudi fatti.

E qui viene il bello.

Dell’inesistenza dei nudi fatti si è accorto, tra gli altri, il geniale quanto controverso Nietzsche, la cui considerazione “Non esistono fatti ma solo interpretazioni” è ormai un luogo comune, declinato in varie forme dai filosofi della galassia postmoderna. Però, non è un fatto neppure questo!

L’acuta affermazione nietzschiana andrebbe secondo me riformulata in questi più prudenti termini: non esistono fatti senza interpretazioni. Come sostiene una corrente di pensiero alla quale apparteneva anche Umberto Eco, anche se non siamo in grado di formulare nudi fatti, esiste pur sempre un limite all’interpretazione. Se io dico che l’Everest è un monte di cocci come Testaccio non c’è interpretazione che possa renderlo vero.

So bene di avere sfiorato la superficie un argomento che si può estendere all’infinito, ma non temete: per adesso mi fermo qui.

Volevo solo sottolineare, in tempi di conclusioni sbrigative, fede nelle apparenze e giudizi istantanei, sincopati e contundenti, che il processo della conoscenza è laborioso e per sua natura umile. Non conosciamo fatti ma non possiamo prescinderne; e dobbiamo in qualche modo orientarci in una selva oscura nella quale qualche raggio di sole si fa strada tra i rami.

Qualcosa sappiamo, e potremmo utilmente dedicarci ad accrescere la nostra conoscenza se non fossimo mossi da motivazioni assai diverse dal desiderio di sapere…

Ne riparliamo, eh!

Phoenix

Ritorno ai lettori di queste pagine dopo una lunghissima assenza, che potrebbe aver dato l’impressione del definitivo abbandono. Parole senza rumore non è morto, e torna a parlare con la consueta discrezione a chi gradisce ascoltarlo.

Il mito della fenice che rinasce dalle proprie ceneri mi affascina. Penso che le nostre valutazioni su ciò che è vivo e ciò che è morto siano spesso affrettate ed approssimative, quando non ingannevoli per un’inconsapevole strategia. Relazioni che sembrano finite tornano a volte a risplendere più luminose che mai, e viceversa.

Non considero mai finita una storia (non ci sono solo le storie d’amore, eh!). Le storie non finiscono mai. Noi stabiliamo arbitrariamente l’inizio e la fine di una storia, senza tener conto di ciò che la precede rendendola possibile e di ciò che la segue e ne consegue, e senza tenere conto del fatto che ignoriamo ciò che accadrà e che potrà “riaprirla”. Senza tener conto del fatto che una storia “finita” vive con noi e cambia con noi ogni giorno, perché la reinterpretiamo in modi diversi scoprendone nuovi aspetti e nuovi significati. Mi considero attualmente in relazione con tutte le persone che ho conosciuto, anche se non le frequento da decenni, e se mi accade (come mi è accaduto) di incontrarne qualcuna trovo del tutto naturale riprendere il discorso apparentemente interrotto. A volte pensiamo di “chiudere con qualcuno”, ma questo non è possibile. Ciò che è avvenuto rimane in noi (e spesso può insegnarci molto, ad onta del nostro orgoglio), e il qualcuno tagliato fuori può rientrare, diventando magari amico in seguito alle mutate circostanze dopo che lo abbiamo affrettatamente fatto oggetto del nostro anatema.

Così, questo blog ha taciuto ma non è finito. Risorgere dalle proprie ceneri è un’idea che trova quotidiana applicazione, anche se non sempre ce ne accorgiamo. Ogni giorno nel mondo qualcuno esce trasformato da un’esperienza, e spesso capita di non accorgersi (o di non voler vedere) che questo accade anche nelle nostre immediate vicinanze.

C’è però una situazione nella quale il mito della fenice si manifesta in modo quasi letterale, e poiché si tratta di un fenomeno che è al centro dei miei attuali interessi vorrei accennarne brevemente, in attesa di tornare sull’argomento (no, non tra altri tre anni, dai!).  Alludo a quelle che vanno sotto il nome di esperienze di premorte, o Near Death Experiences.

Durante queste esperienze accade a volte di vivere quello che si presenta come un contatto con un piano di realtà superiore a quello ordinario e di rivedere la propria vita da una prospettiva radicalmente nuova. Si tratta di esperienze trasformative, dalle quali si può uscire con un sistema di valori e convinzioni opposto a quello che si aveva in precedenza. L’argomento è vastissimo ed ha molteplici aspetti, ed è molto difficile affrontarlo senza lasciarsi guidare dai propri pregiudizi e dalla propria ignoranza. Penso però, e con me lo pensano innumerevoli studiosi che sono entrati in contatto con questi fenomeni, che la conoscenza di quello che accade in quei momenti possa fornirci insegnamenti preziosi, mostrarci aspetti della realtà nella quale viviamo che resterebbero altrimenti celati ed aiutarci ad abbandonare paure infondate e falsi valori che così spesso deturpano la nostra vita e quella di coloro che ci incontrano.

Morte e rinascita sono il tema del mito di Persefone e dell’antica celebrazione dei misteri eleusini. Questo argomento è per molti solo un polveroso ricordo di scuola, qualcosa che si riferisce ad un’epoca lontana nella quale si tenevano oscure liturgie ancora non raggiunte dal lume della ragione. Eppure, lo studio di quello che avveniva ad Eleusi può riservare grandi sorprese. Ci sono passate le menti più grandi della Grecia classica, quegli uomini il cui pensiero ha contribuito a plasmare la civiltà occidentale. In quel luogo si producevano esperienze profonde e trasformative, per dare una pallida idea delle quali prendo in prestito qualche frase di chi ha saputo. Ad esempio Cicerone (De legibus), che fu iniziato ai misteri: “… la tua Atene mi sembra abbia dato origine a molti ed egregi principii umani e religiosi, e li abbia introdotti nella vita umana, ma poi non vi fu nulla di meglio di quei misteri, dai quali, venuti fuori da vita rozza ed inumana, siamo stati educati e addolciti alla civiltà, e quindi si chiamano iniziazioni, perché abbiamo conosciuto i princìpi della vita nella loro vera essenza; e non soltanto abbiamo appreso il modo di vivere con gioia, ma anche quello di morire con una speranza migliore…”.  Oppure Pindaro: “… Felice chi entra sotto la terra dopo aver visto quelle cose: conosce la fine della vita, conosce anche il principio del tutto dato da Zeus…”.  O Sofocle: “… tre volte felici quelli fra i mortali che vanno nell’Ade dopo aver contemplato questi misteri: difatti solo per essi laggiù c’è una vita, mentre per gli altri lì vi sono tutti mali…”

A quanto sembra (non solo dai minimi accenni che ho fatto), avveniva qualcosa che lasciava un segno profondo, ed insegnava tanto a vivere quanto a morire. Con ciò che avveniva ha a che fare il kykeon, la bevanda rituale che si distribuiva al culmine delle celebrazioni. Ma qui il discorso si fa impegnativo, ed oggi volevo solamente accennare ad un tema, quello della morte e della rinascita, che non è solamente letterario, mitologico o storico ma è parte essenziale degli aspetti più significativi della nostra quotidianità. Seneca diceva “cotidie morimur”, moriamo ogni giorno. Mi permetto di aggiungere che ogni giorno possiamo rinascere…

Buon anno, no?

Punti di vista

 

Torno ai miei pazienti lettori dopo un lunghissimo letargo. A dire il vero, rivedere il blog mi ha fatto sorridere. Sulla sua pagina principale si parla ancora del pettegolezzo della scorsa estate sul cappuccino servito al bancone a Mr. Cameron! Eppure, il mio pensiero non ha mai abbandonato il dialogo che nasce da queste pagine, anche se non si è tradotto in parole – ancorché silenziose – per delle ragioni alle quali vorrei accennare.

Da quando scrissi del cappuccino mi sono trovato immerso in riflessioni che mi hanno condotto in luoghi del sapere affascinanti, difficili e sorprendenti; questo mi ha sottratto tempo e forze, considerando anche da un lato la difficoltà di dare una struttura a quello che desideravo raccontarvi e dall’altro i frequenti cambiamenti di prospettiva ai quali mi sono trovato di fronte. Ma vi prometto di mettervi presto al corrente.

Oggi vi lascio una riflessione che più volte mi si è presentata alla mente in questi ultimi mesi.

Ci sono tanti vocaboli che terminano con centrismo, ed esprimono atteggiamenti che interpretano i fatti da un certo punto di vista. Dal più piccolo, diffuso e pervasivo, Sua Maestà l’egocentrismo, alle varie forme di etnocentrismo al più ampio – ma quanto limitato! – antropocentrismo. Ci si può sbizzarrire con i neologismi, mettendo al centro qualsiasi cosa.
Eppure, c’è una manifestazione del multiforme atteggiamento che mi sembra sfuggire all’osservazione colpendo anche menti solitamente attente e critiche. Parlo di quello che qualcuno ha chiamato – a mio avviso impropriamente – cronocentrismo, e che è caratterizzato dalla tendenza a sopravvalutare le cosiddette conclusioni della nostra conoscenza, con speciale riferimento a quella scientifica. Oggi pensiamo di sapere molto, e guardiamo con benevola superiorità i grandi ingegni del passato che non disponevano dei nostri strumenti.

La rappresentazione comune della nostra posizione nel tempo – secondo me un vero e proprio bias – ci vede nel punto di arrivo, con il passato alle spalle ed il futuro da nessuna parte. Proviamo a ristrutturare questa prospettiva. Mettiamo nell’asse del tempo un millennio per ogni centimetro, a partire dall’inizio della storia della civiltà umana. Osserviamo il primo metro dell’asse. Noi ci troviamo adesso a tre o quattro centimetri dall’origine (forse qualcuno di più), e facciamo parte di un percorso lunghissimo nel quale siamo appena all’inizio. Tra un solo centimetro (ma probabilmente basterà un millimetro) parleranno della nostra scienza come noi parliamo oggi di quella di Aristotele. Ragazzo intelligente, per carità, ma non possedeva gli strumenti…
Quale follia può farci pensare di trovarci oggi in una condizione diversa?

C’è, ad esempio, un modo di raccontare la storia delle scienze cognitive negli ultimi due secoli che è ormai un luogo comune. Nell’Ottocento – si dice – dominava la fisica, ed il modello della mente parlava di forze e pressioni. Oggi domina l’informatica, ed il modello della mente è quello computazionale, che parla di elaborazione di informazioni. Acuta descrizione. Il problema, però, è che oggi sono quasi tutti convinti che il nostro modello attuale sia quello giusto. Io darei un’occhiata all’asse del tempo, quello lungo un metro… Che diranno le storie delle scienze cognitive tra un centimetro?

Riconoscere che ci troviamo in questa situazione richiede due doti preziose quanto rare: l’umiltà e la capacità di convivere con l’incertezza. Le quali non implicano alcuna svalutazione di quanto facciamo e sappiamo oggi, ma solamente la cognizione del fatto che non si tratta di conclusioni ma di interpretazioni destinate ad essere integrate in nuove interpretazioni più ampie.
Ricordo la splendida metafora del grande Einstein, secondo il quale il progresso della scienza è come la vista che si ha scalando una montagna. Man mano che si sale, ci si accorge che quello che si vedeva in precedenza non era sbagliato, ma era solo una parte del panorama.

Qualcuno pensa seriamente di stare sul cocuzzolo?

Il cappuccino di Mr. Cameron

All’inizio di agosto le cronache si occuparono di un simpatico fatto, avvenuto a Montevarchi, che rese temporaneamente celebre una cameriera per non aver servito il cappuccino al tavolo al primo ministro britannico David Cameron, invitandolo a farlo con le proprie mani.

Molti bar mettono a disposizione tavoli senza servizio: chi vuole può portarci quello che intende consumare seduto. Può piacere o no, ma è un’usanza diffusa.

Nel nostro caso la stampa fu colpita dal fatto che il cliente al quale fu rifiutato il servizio fosse un primo ministro.

Sono stato colpito anch’io dalla notizia, ma per ragioni assai diverse da quelle che hanno spinto tanti giornalisti a parlarne.

La diffusione data al fatto è dovuta all’assiomatico presupposto secondo il quale un primo ministro non è un cliente come gli altri, e gli spetta un servizio speciale. È l’enormità di questo presupposto ad avermi colpito.

Un uomo di governo, come qualsiasi uomo politico, è una persona che ha il compito di servire il suo paese. È assunto a tempo determinato e retribuito dai suoi elettori, e da questi può essere licenziato se, come spesso accade, non adempie adeguatamente il proprio incarico. Ad esempio, alla prossima scadenza contrattuale il sottoscritto licenzierà – pro quota – i suoi attuali governanti (che non ha – pro quota – assunto!). Essere primo ministro è un incarico e non un onore, ed i poteri che la carica attribuisce sono solamente strumenti di lavoro… affermazioni strampalate, eh?

Un bar è un esercizio pubblico, che fornisce a pagamento un servizio. Questo, per definizione, s’intende uguale per tutti. Le qualità, i meriti ed i demeriti, il cosiddetto rango e qualsivoglia altra caratteristica del cliente non c’entrano. Vi prego di notare che non sottovaluto la difficoltà del mestiere di primo ministro. So bene che pochi sono in grado di esercitarlo degnamente, e quei pochi meritano la massima considerazione. La quale non c’entra niente con i cappuccini e non deriva dalla funzione che si esercita, ma da come la si esercita.

Vorrei raccontarvi, in tema di camerieri, clienti privilegiati e mentalità corrente, un fatto che mi accadde molti anni fa a Roma, nei pressi di Piazza Venezia. Lavoravo in quella zona ed andavo spesso a prendere un panino in un certo bar. Un giorno uno zelante cameriere, quando gli indicai quello che volevo, si mostrò titubante. Dopo un attimo di esitazione, mi disse: “Guardi, quello è meglio che non lo prenda, non è molto fresco. Gli altri vanno benissimo!”. Mentre prendevo uno dei panini consigliati, assunse un’espressione complice e furba e fece il capolavoro, aggiungendo: “Magari, se fosse stato uno di passaggio gliel’avrei dato, ma lei è un cliente…”. Bel colpo! Pensando di rendersi gradito, il brillante giovane mi disse che in quel locale si rifilano agli sconosciuti panini stantii. Chissà se si è accorto di avermi anche implicitamente detto che un altro cameriere, non riconoscendomi, ne avrebbe dato uno anche a me. E chissà se si è accorto di non avermi più visto, ed ha collegato la mia scomparsa alla sua luminosa trovata…

Il servilismo, ahinoi, colpisce quotidianamente e diffusamente.

Ma torniamo a Montevarchi.

Nei sullodati articoli sull’argomento, tra i termini più diffusi compaiono gaffe, figuraccia, incidente diplomatico (nientemeno!). Questa terminologia presuppone l’assioma di cui sopra (che il primo ministro non è un cliente qualsiasi) come un dato di fatto ovvio ed incontrovertibile. La cameriera era distratta, e si è poi scusata dicendo di non aver riconosciuto Mr. Cameron. L’idea che Mr. Cameron fosse, come appunto era, un cliente come tutti gli altri, non viene neppure presa in considerazione.

Il Giornale del Friuli recita: Nel suo primo giorno di vacanza con la moglie in Toscana, ieri Cameron è stato trattato alla pari di uno sconosciuto qualunque che entra in un bar ed ordina da bere.

Se poi qualcuno ritenesse seriamente che ad un primo ministro sia dovuto un trattamento speciale, avrebbe l’onere di illustrare i criteri che presiedono all’attribuzione degli onori sovrani. Vedrà presto – se esamina criticamente il principio – in quale pasticcio dialettico è andato ad impaludarsi! Tanto per fare un esempio, ricordo un fatto di cronaca degli anni Settanta, quando un gruppo di camerieri di un autogrill rifiutò di servire il pasto a Giorgio Almirante (spero che sia superfluo manifestare il mio radicale disaccordo sull’inconsulta azione). Vedete come ci può portare lontano la discrezionalità del servizio?

Tornando ancora a Montevarchi, amici che leggete, vorrei sottolineare che il servilismo ed il conformismo sono animali dalla pelle molto dura, sono straordinariamente diffusi in innumerevoli diverse sembianze e sono all’origine di molte catastrofi.

Il Re Sole è morto qualche secolo fa, ma i suoi cortigiani sono più prosperi che mai!

 

 

 

 

Le parole per dirlo 2: sukha

Sukha: mi sono imbattuto per la prima volta in questa parola leggendo Plaidoyer pour le bonheur, il libro dello scienziato e monaco buddhista Matthieu Ricard del quale vi ho parlato.

È un termine sanscrito, che esprime uno dei concetti di base del Buddhismo. Non ha un corrispettivo in alcuna lingua occidentale, e viene a volte tradotto in italiano con felicità.

Indica uno stato di benessere profondo e stabile, che si riflette in ogni azione di chi lo possiede e gli permette di affrontare gli avvenimenti della vita – piacevoli e spiacevoli – senza esserne turbato.

Ho letto alcuni racconti dei prodigi di sukha nel libro di Ricard. Su alcuni ho fatto delle ricerche. Si tratta di storie che possono sembrare impossibili, e contengono inestimabili insegnamenti. Mi ripropongo di parlarvene.

Come vi ho fatto notare, non esiste un termine sanscrito che corrisponda ad emozione.

Sukha non è un’emozione. È, invece, uno stato contemporaneamente ed inscindibilmente emotivo e cognitivo. Implica una comprensione dei processi mentali, che di norma si acquista attraverso la pratica della meditazione. E qui torniamo all’errore di Cartesio… L’impossibilità di separare l’emozione dalla conoscenza, compresa in India duemilacinquecento anni fa, è una delle più recenti acquisizioni delle neuroscienze. I circuiti neurali della conoscenza e quelli delle emozioni sono strettamente interconnessi e non sono separabili. La nostra cultura è invece dominata dal dilemma “emozione o ragione”, come se si trattasse di concetti distinti e confliggenti, ed arriva talvolta a pretendere che ci siano delle norme matematiche per il comportamento razionale.

Sukha è quindi gioia e nello stesso tempo conoscenza. È un’interpretazione del mondo dalla quale nascono serenità e capacità di affrontare circostanze avverse. Solo la comprensione, non puramente concettuale ma profonda e vissuta, dei meccanismi della nostra mente ci permette di modificare il peso che attribuiamo a ciò che accade; e la felicità e l’infelicità non risiedono in quello che accade, ma nel modo in cui noi lo viviamo.

Sukha non è un ottimismo artificioso ed ingenuo che cerchi di mostrare le cose per quello che non sono. Al contrario, si fonda sul riconoscimento a viso aperto di ciò che effettivamente accade. Non comporta alcuna forzatura di insostenibili stati d’animo euforici.

Non pretendo certo, con questo piccolo articolo, di “spiegare il significato” di sukha, neppure il poco che ho creduto di comprenderne. Sto solo cercando di fornire a chi non ha avuto occasione di trovarlo finora un punto di accesso in un mondo sconfinato. In questa piccola parola confluiscono più di due millenni di riflessioni ed esperienze vissute. Io penso che che valga la pena di approfondirne la conoscenza, ed è quello che sto personalmente facendo. Capire questa parola non è però un atto intellettuale, ma un’esperienza.

Nella cultura occidentale abbiamo studiato molto l’angoscia, e grandissimi artisti l’hanno descritta e raccontata. Abbiamo più parole per raccontare l’angoscia che la felicità.

Non pensate che ampliare il nostro lessico su quel versante dell’esperienza umana sia una buona idea?

 





Le parole per dirlo

Le parole che comprendiamo ed usiamo sono il prodotto della cultura nella quale viviamo, e sono a loro volta il mezzo, e contemporaneamente il limite, attraverso il quale la nostra cultura si perpetua.

Ogni lingua ha abbondanza di parole per alcuni argomenti ma ne è povera per altri; e questo rende rispettivamente agevole o difficoltoso il progredire della conoscenza di questi argomenti.

Avete mai provato a descrivere un odore? Se non è uno dei pochi che si riferiscono direttamente ad un oggetto comune, come, per esempio, l’odore del glicine, vi sarà molto difficile se non impossibile. Immaginate questo esperimento: entrate con un amico in una profumeria ed annusate diversi profumi, poi cercate di spiegargli le loro caratteristiche e differenze. Non ci riuscirete. Per qualche profumo potrete trovare qualche termine analogico o metaforico, dicendo che è fresco, intenso, acuto o cose del genere. Si tratta, evidentemente, di termini generici che non sanno indicare la nota specifica delle sensazioni. Se immaginate di proseguire l’esperimento per centinaia di profumi diversi, la resa sarà inevitabile.

La studiosa di odori Sissel Tolaas ha raccolto e catalogato 7800 essenze ed ha proposto la creazione di un apposito dizionario, il Nasalo, per denominare gli odori.

Se paragoniamo la situazione con quella dei colori, ci accorgiamo immediatamente dell’abissale differenza di disponibilità lessicale.

La nostra cultura si interessa poco agli odori e non ha creato termini specifici per differenziarli. Di conseguenza, ad ognuno di noi è difficile ragionare sugli odori ed approfondirne la conoscenza.

È facile non accorgersi di questi fenomeni se si vive acriticamente la cultura nella quale si è nati. Eppure, sono fenomeni che non si limitano certo alla definizione degli odori, ma entrano nella scienza, nella filosofia e nella visione della vita.

Questo è un punto che può portare ad incomprensioni e fraintendimenti quando si viene a contatto con culture lontane nel tempo o nello spazio.

Un aspetto di grande interesse del Buddhismo è la sua articolatissima concezione di… già, di che cosa? La prima parola che si presenta alla mente – e spesso alla carta – è “emozioni”. Emozioni negative e positive, quelle che producono sofferenza e quelle che la riducono.

Ogni studio serio e documentato dell’argomento, però, mette in guardia chi si si accinge ad affrontarlo. Gli stati mentali – ed anche questa locuzione è molto approssimativa – dei quali parla la psicologia buddhista non corrispondono alle nostre emozioni. Comprendono stati che noi chiameremmo cognitivi, vittime sempre del dualismo cartesiano che continuiamo a portare con noi. Viceversa, non esiste, ad esempio, una parola tibetana che possa tradurre “emozione”.

Ma questo non è che il primo gradino delle difficoltà.

Il punto è che il nostro lessico emozionale è straordinariamente povero ed ambiguo. Descrivere le emozioni non fa parte delle occupazioni dominanti della cultura occidentale. Comunicare sulle emozioni è un’impresa davvero ardua.

Penso che prendere coscienza di questi fenomeni sia essenziale per ampliare i nostri orizzonti oltre quello che ci viene quotidianamente proposto, e poter così trarre frutto da millenni di riflessioni ed esperienze che i nostri avi hanno sostanzialmente ignorato fino al secolo scorso.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



Le ragioni di un appuntamento

Nell’articolo L’illusione di saperne di più ho accennato al mio scetticismo sulla possibilità di dividere in modo netto ragione ed emozione. Si tratta, ovviamente, di un argomento sconfinato, del quale è difficile anche soltanto rendere espliciti i termini.

C’è, su questo argomento, un libro di straordinario interesse, che ho letto più volte: L’errore di Cartesio, del grande neuroscienziato portoghese Antonio Damasio. Lo studioso sostiene che l’emozione fa parte integrante del processo decisionale, e la sola ragione non è in grado di produrre comportamenti razionali.

Il punto di partenza della trattazione è il caso di Phineas Gage, l’operaio americano che ebbe un orribile incidente nel 1848, mentre era intento alla posa dei binari per una linea ferroviaria nel Vermont.

A causa di un errore una barra di ferro fu lanciata in aria da una forte carica di esplosivo ed attraversò da parte a parte la testa del povero Phineas che, sorprendentemente, ricominciò a parlare e camminare dopo pochi minuti.

La barra era lunga oltre un metro, pesava sei chili ed aveva un diametro di tre centimetri. Entrata da una guancia, gli aveva attraversato la parte frontale del cervello ed era uscita dal lato superiore del cranio andando poi ad atterrare trenta metri più lontano.

Il medico che soccorse Gage parlò con lui, e riferì di averlo trovato perfettamente lucido ed in grado di rispondere alle sue domande.

Dopo qualche mese, Phineas si era ripreso. Aveva perso l’occhio sinistro, ma parlava e controllava perfettamente i movimenti. Però, non era più lui. Si esprimeva in modo osceno, offendeva, faceva continuamente programmi che poi abbandonava, era ipercritico. Non riuscì più ad adattarsi ad un lavoro. Aveva perso ogni considerazione per le convenzioni sociali, comportandosi in modo autolesionista. Eppure, sembrava che intelligenza, attenzione, memoria e linguaggio fossero rimasti intatti.

Nel 1848 gli strumenti per capire che cosa fosse accaduto erano ovviamente assai limitati.

Damasio fa quindi un salto di oltre un secolo, e ci parla di un suo paziente, che chiama Elliot.

Elliot aveva subito un cambiamento simile a quello di Phineas Gage in seguito ad un tumore al cervello. Da persona equilibrata e capace era diventato instabile, non riusciva a portare a termine le attività che intraprendeva, in una parola era completamente inaffidabile e non era più in grado di curare i propri interessi (quelli che costituiscono l’oggetto del ”comportamento razionale”).

Elliot fu studiato a fondo.

Nei test d’intelligenza (WAIS ed altri) otteneva risultati superiori.

Orientamento, percezione e memoria risultavano eccellenti, e così il linguaggio, la capacità aritmetica e l’attenzione.

Superò tranquillamente i test sulle disfunzioni dei lobi frontali, consistenti nell’attribuzione di figure a categorie.

Riusciva brillantemente a fare stime sulla base di informazioni incomplete.

Fu quindi sottoposto a test di personalità, e mostrò caratteristiche assolutamente nella norma.

Che cosa, dunque, non funzionava?

Damasio si accorse che Elliot parlava delle proprie vicende con assoluto distacco, come se non lo riguardassero. Non mostrava emozioni. Non aveva reazioni di fronte ad immagini raccrapriccianti.

Era forse il deficit emotivo a spiegare la sopravvenuta incapacità decisionale?

Per valutare quest’ipotesi, Damasio sottopose Elliot ad altre prove sulla sua capacità di comprendere situazioni che comportavano la valutazione di convenzioni sociali e valori morali.

Da queste risultò che Elliot sapeva individuare la risposta giusta in situazioni sociali complesse, valutare le conseguenze delle diverse risposte, stabilire come comportarsi per raggiungere determinati obiettivi e prevedere lo svolgimento di situazioni sociali che gli venivano presentate.

Anche la sua “intelligenza sociale” era intatta!

Eppure…

Eppure, al termine di una batteria di questi test, dopo aver esaminato le possibili opzioni di comportamento e valutato correttamente le loro conseguenze, disse: “Anche dopo aver capito tutto questo, io in questa situazione non saprei che fare!”

L’applicazione delle valutazioni che faceva in laboratorio alle vicende della propria vita gli erano rese impossibili dalla mancanza dell’emotività.

Ovvero, per decidere correttamente la logica non basta.

A questo punto voglio citarvi la pagina del libro che mi ha colpito di più.

Dopo spiegazioni sui circuiti cerebrali interessati al processo decisionale e dopo aver esposto la teoria del marcatore somatico, sulla quale non posso qui dilungarmi, Damasio racconta un dialogo vissuto in prima persona con un paziente affetto da una lesione simile a quella di Elliot.

Doveva prendere con lui un appuntamento per una successiva seduta, e propose due possibili date. Il paziente, consultata l’agenda, cominciò ad elaborare ragioni in favore di una data e dell’altra… per oltre mezz’ora! Le considerazioni spaziavano dalla prossimità di altri impegni alle prevedibili condizioni meteorologiche, ed erano inarrestabili.

Alla fine, il povero Damasio lo interruppe suggerendo una delle due giornate, che non trovò resistenza.

Basta rifletterci un po’, amici miei: una “ragione logica” per preferire una delle due date non c’era. Non si trattava della capacità di individuarla, ma della sua stessa esistenza. Sono le esigenze della sopravvivenza che ci obbligano a fare delle sintesi accettabili nelle quali la logica e l’emozione operano simultaneamente, e qui s’innesta la teoria del marcatore somatico.

Ma è venuto il momento di salutarci, e per il momento siete in salvo. A presto!