Ciechi che vedono?

 

Il testo che segue è la sintesi di una relazione tenuta al Congresso internazionale di San Marino sulle esperienze di confine del 2016, pubblicata negli Atti del Congresso e successivamente nel numero di settembre/ottobre 2018 del Giornale dei Misteri. Parla delle esperienze di premorte (o NDE) nei ciechi. Dato che nel corso di queste esperienze si hanno percezioni di tipo visivo come il tunnel, gli esseri di luce e la visione panoramica della propria vita, ci si chiede come queste si svolgano nei ciechi.

Penso che l’argomento presenti motivi di interesse anche per chi non si occupa di questi fenomeni. Si parla di come espressioni di uso comune ed apparentemente univoche (“Ho visto le chiavi sul tavolo”) siano invece plasmate dalla cultura nella quale vengono utilizzate e possano riferirsi ad eventi diversi da quelli letteralmente espressi. Si parla del valore informativo delle nostre percezioni, che è diverso dalla forma sotto la quale queste lo rappresentano. Si parla della necessità di guardare oltre le apparenze (che è uno dei punti fermi di questo blog), ma sempre mantenendo uno spirito critico ed alieno da qualsiasi facile scorciatoia.

Buona lettura!

 

Le esperienze di premorte nei ciechi

 

Lo studio di Kenneth Ring e Sharon Cooper

Durante lo svolgimento di un’esperienza di premorte (o NDE, Near-Death Experience) si presentano frequentemente dei fenomeni di tipo visivo.

Questo può accadere nella cosiddetta “fase extracorporea” (o OBE: Out-of-Body Experience): l’ambiente circostante è percepito da un punto di vista esterno al corpo, generalmente dall’alto. La persona che si è trovata in tale situazione descrive eventi, cose e persone visti da questa prospettiva. L’esperienza extracorporea, peraltro, non si presenta solamente nel contesto di una NDE.

Anche durante la “fase trascendente” dell’esperienza di premorte si manifestano dei fenomeni che vengono descritti in termini visivi, come l’incontro con persone defunte ed esseri di luce, l’apparire di scenari non terreni e la visione panoramica della propria vita o life review.

Ci si è quindi chiesti come sia vissuta un’esperienza di premorte da persone cieche dalla nascita, che non hanno mai avuto percezioni visive.

Per molti anni sono state riferite storie di ciechi che, dopo un’esperienza di premorte, raccontavano di aver visto in modo chiaro quello che accadeva intorno a loro e lo descrivevano dettagliatamente; tuttavia queste storie mancavano di riferimenti che permettessero di verificarne l’attendibilità.

Nel 1999 Kenneth Ring, uno dei maggiori ricercatori nel settore delle NDE, ha pubblicato uno studio sistematico sulle NDE dei ciechi (Ring e Cooper, 2008).

Si tratta di uno studio retrospettivo, svolto intervistando 31 persone. Di queste, 14 erano cieche dalla nascita, 11 erano divenute cieche dopo i 5 anni e 6 avevano una gravissima invalidità visiva. Tutti avevano avuto una NDE, una OBE o entrambe.

Ring si propone di rispondere a queste domande:

    1. Se i ciechi abbiano delle NDE e, in caso positivo, se queste presentino gli stessi elementi di quelle dei vedenti;
    2. Se i ciechi riferiscano di avere avuto percezioni visive nelle loro NDE e, in caso positivo, se queste percezioni possano essere confermate da testimonianze esterne.

 

Le esperienze visive nelle NDE dei ciechi

Dallo studio risulta che i ciechi hanno delle NDE. I loro racconti risultano analoghi a quelli dei vedenti e presentano gli stessi elementi: sensazione di serenità e mancanza di dolore, senso di separazione dal corpo, attraversamento di un tunnel, incontro con defunti e figure spirituali, incontro con la luce, visione panoramica della vita (o life review), incontro con un limite, decisione di tornare.

Le persone intervistate dichiarano in grande maggioranza di avere avuto percezioni visive: 15 su 21 tra quelli chi hanno avuto una NDE e 9 su 10 tra quelli chi hanno avuto solamente una OBE.

Una delle persone intervistate, cieca dalla nascita, dichiara di aver riconosciuto il proprio corpo, visto dall’esterno, dai capelli lunghi e dalla particolare fede matrimoniale con dei boccioli; poi, trovatasi sopra il soffitto, riferisce di aver visto le luci e gli edifici della città. Aggiunge che la NDE è stata l’unica esperienza della sua vita collegata alla vista e alla luce.

In un altro racconto l’intervistato, anche questo cieco dalla nascita, dice di aver visto – dopo aver “attraversato il soffitto” dell’edificio nel quale si trovava – il cielo scuro e nuvoloso e la neve sulle strade, ma non su quelle che erano state spalate ed apparivano ancora fangose. C’erano i mucchi di neve formati dalle spalatrici. Si potevano riconoscere il parco giochi della sua scuola ed una collinetta sulla quale era solito arrampicarsi. Tutte queste cose erano viste con molta chiarezza.

La conferma della veridicità di queste percezioni non è rigorosa: si tratta di racconti che si riferiscono a fatti avvenuti molti anni prima, con la conseguente difficoltà di ottenere testimonianze attendibili.

Appaiono descrizioni visive dettagliate anche durante la life review: in un caso l’intervistata dice di aver riconosciuto sedie, tavoli e letti in una delle scene rivissute. Questo racconto è accompagnato dallo stupore per aver potuto vedere a distanza, mentre la percezione avuta al momento dello svolgimento dei fatti rievocati nella life review era stata di tipo tattile e quindi in una prospettiva molto ravvicinata. Il racconto prosegue con la descrizione della nonna defunta, bassa e grassottella, con i capelli corti e ricci.

 

Interpretazione delle esperienze visive

Le percezioni sono quindi descritte dai ciechi in termini visivi, e a volte sono molto dettagliate. Tuttavia, approfondendo l’analisi, Ring nota che le persone intervistate non sono in grado di confermare che si tratti dello stesso tipo di percezione che hanno i vedenti: d’altra parte, i ciechi non hanno un punto di riferimento che permetta loro di dare tale conferma. Occorre qui sottolineare che non si tratta di stabilire se “i ciechi abbiano visto”: neppure i vedenti vedono in senso stretto durante una NDE o una OBE; si tratta invece di stabilire se il tipo di percezione avuto dai ciechi sia dello stesso tipo, ovvero visivo, di quello avuto dai vedenti, cosa che risulterebbe al momento inesplicabile.

L’impossibilità dei ciechi di produrre percezioni visive anche puramente mentali è confermata dalla mancanza di tali percezioni nei sogni. Numerose ricerche confermano che nei sogni dei ciechi dalla nascita o dalla prima infanzia non si manifestano immagini visive. Nello stesso studio di Ring gli intervistati negano esplicitamente qualsiasi somiglianza delle percezioni avute nelle NDE con quelle dei sogni, che sono prevalentemente di natura uditiva e tattile, e mai visiva.

L’interpretazione dei racconti dello studio deve tener conto dal fatto che i ciechi usano lo stesso lessico visivo dei vedenti perché questo è il modo di esprimersi dominante nella nostra cultura, che è ampiamente basata sulla vista. Se ad esempio un cieco si accorge, per averlo toccato, che c’è un mazzo di chiavi su un tavolo, è probabile che dica “Ho visto le chiavi sul tavolo”, come è confermato da operatori che frequentano i ciechi.

Approfondendo le testimonianze dei partecipanti allo studio, risulta dunque che questi hanno avuto delle percezioni nette dell’ambiente e le hanno descritte in termini visivi, pur non essendo in grado di produrre mentalmente delle immagini. Sulle caratteristiche di queste percezioni ci sono nello studio di Ring delle espressioni rivelatrici: nel corso della discussione, un’intervistata distingue tra vedere e visualizzare, ovvero creare una rappresentazione mentale. Un’altra dice che si è trattato non solamente di vedere, ma di vedere e sapere contemporaneamente.

Nasce quindi l’ipotesi che si tratti di un’acquisizione di informazioni avvenuta in modo non ordinario con caratteristiche non propriamente visive, e successivamente espressa in termini visivi.

 

Lesperienza visiva dei vedenti nelle NDE

D’altra parte, anche quando un vedente ha una percezione durante un’esperienza extracorporea o di premorte non si può certo dire che questa abbia caratteristiche visive nel senso ordinario del termine. Le percezioni che si hanno in tali situazioni presentano infatti delle peculiarità che non sono compatibili con la comune esperienza visiva:

  1. Si “vede” in modo globale (spesso di dice “a 360 gradi”): si vede contemporaneamente tutto lo spazio circostante;
  2. Si “vede” simultaneamente da più punti di vista, come se ci si trovasse contemporaneamente davanti, dietro, a destra, a sinistra, sopra e sotto l’oggetto percepito: in un caso riferito da Michael Sabom, una persona rianimata dopo un arresto cardiaco riferì di aver letto dall’altezza del soffitto una targhetta che si trovava sotto il suo letto;
  3. Si “vede” oltre gli ostacoli e dentro spazi chiusi: dietro pareti e soffitti oppure dentro cassetti e tasche.

 

La nostra vista non permette siffatte percezioni. Queste corrispondono invece a quello che si vedrebbe se ci si trovasse in un punto di osservazione situato in una dimensione spaziale superiore. Non si tratta quindi, neppure per i vedenti, di percezioni di tipo visivo, ma di acquisizioni di conoscenza che vengono poi tradotte, con grande difficoltà, in termini visivi. Ad esempio, per dire di aver visto oltre una parete si riferisce di aver “attraversato” la parete. Una partecipante allo studio di Ring riferisce di aver percepito, dall’altezza del soffitto, il letto inferiore di due letti a castello, e ne arguisce che non può averlo fatto tramite la vista. Anche la visione globale e quella da più punti di vista vengono descritte tanto da vedenti quanto dai soggetti dello studio di Ring.

 

Mindsight

Si delinea quindi l’ipotesi che vi sia un unico tipo di esperienza, comune a ciechi e vedenti, che si può presentare durante una NDE o una OBE. Se si considerano veridiche le testimonianze, si tratta di una percezione che fornisce informazioni sul mondo esterno ma non corrisponde ad alcuna specifica modalità sensoriale e viene abitualmente tradotta in termini visivi, ma in alcuni casi anche cinestetici. A questa particolare modalità percettiva Ring ha dato il nome di Mindsight, o visione mentale. Si tratta di qualcosa di diverso dalla vista fisica: una forma di consapevolezza che può manifestarsi al di fuori dei comuni meccanismi cerebrali e dei vincoli spaziotemporali che ne conseguono, definita da Ring “consapevolezza trascendentale”. Sui meccanismi che possono produrla non siamo in grado di formulare ipotesi. Esistono a questo proposito dei modelli della coscienza, alcuni dei quali fanno riferimento al concetto quantistico di non località, ma si tratta più di linee di riflessione che di vere e proprie teorie. Rimane quindi uno spazio aperto ad indagini che potrebbero comportare una revisione profonda delle concezioni attualmente dominanti nel mondo scientifico.

 

 

Bibliografia

Blackmore S., Dying to Live, Prometheus Books, New York 1993

Brumblay R.J. Hyperdimensional Perspectives in Out-of-Body and Near-Death-Experiences. Journal of Near-Death Studies, 21, 201-221.

Greene F.G., A Protective Geometry for Separation Experiences, Journal of Near-Death Studies, 17(3) 1999, 151-191.

Hameroff S., Penrose R., StappH., Chopra D. Consciousness and the Universe: Quantum Physics, Evolution, Brain & Mind. Cosmology Science Publishers, 2011.

Hinton C.H. Selected Writings. Dover, New York, 1980.

Jourdan J. Deadline, dernière limite. Pocket, Parigi, 2010.

Jourdan J. Near Death Experiences and the 5th Dimensional Spatio-Temporal Perspective. Journal of Cosmology, 2011, Vol. 14.

Lachièze-Rey M., Au-delà de l’espace et du temps, Le Pommier, Paris, 2008.

Kaku M. Hyperspace. Oxford University Press, New York, 1995.

Ouvrage collectif Iands-France. La mort transfigurée. L’age du Verseau, Paris, 1992.

Ring K. e Cooper S. Mindsight (Second Edition): Near-Death and Out-of-Body Experiences in the blind. IUniverse, Bloomington, 2008.

Rossini A., Un modello iperdimensionale delle esperienze di premorte, Atti 18° Congresso Internazionale di Studi delle Esperienze di Confine, San Marino 2014

Rucker R. La quarta dimensione. Adelphi, Milano, 1984.

Sabom Michael B. Recollections of Death. Corgi, London, 1982.

Van Lommel P. Consciousness Beyond Life. Harper One, New York, 2011.

Zampardi M., Modelli della mente e geometria dello spazio-tempo: un’ipotesi per il fenomeno NDE. Atti 18° Congresso Internazionale si Studi delle Esperienze di Confine, San Marino 2013

 

 

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Uomini al volante

 

 

La vista degli uomini al volante mi riempie sempre di meraviglia.

Sembra che in loro operi un programma. Come tutti i programmi, anche questo ha diverse versioni ma la sua funzione è sempre la stessa: prendere di mira un altro uomo al volante, costruirsi un’immagine ed una logica secondo le quali è colpevole dei peggiori misfatti e soprattutto è stupido e sopraffattore, insultarlo, trionfare su di lui e proseguire vittorioso il proprio cammino di automobilista superiore.

Il colpo è costantemente in canna ed aspetta l’occasione propizia per essere sparato.

Non si cada nell’errore di pensare che il colpo venga sparato come conseguenza del comportamento degli altri combattenti! Avviene il contrario: il loro comportamento viene interpretato in modo tale da poter sparare.

Vi faccio un piccolo esempio. Un giorno dovevo uscire da un cancello ed immettermi su una strada trafficatissima, con una fila continua e quasi ferma. Nessuno mi lasciva entrare. A un certo momento si è creato un piccolo spazio tra un’auto e l’altra e sono avanzato di qualche decimetro, proponendo implicitamente chi seguiva di avere la cortesia di lasciarmi passare, dato che in base alle regole della precedenza sarei rimasto lì a tempo indeterminato. Ma chi seguiva aveva l’esigenza di metter mano al grilletto. Ha dato un colpo di acceleratore, ha allargato sgommando, mi è passato rabbiosamente davanti ed è andato a fermarsi, inchiodando per non tamponarlo, dietro all’auto che lo precedeva in fila. Con questa brillante manovra si è trovato davanti a me, guadagnando qualche metro nella fila; il che, tradotto in tempo ad una velocità di venti chilometri all’ora, non raggiunge un secondo. Ma quello che contava era non subire l’affronto che qualcuno gli sottraesse il suo posto, e trovare una ragione per classificare il sottoscritto in una delle categorie dal nome infamante che abitavano la sua mente…

Da parte mia, ho acquisito una filosofia completamente diversa, che rende più belle le mie giornate ed anche quelle degli altri.

Ho installato un programma anch’io. Questo cerca l’occasione per sorridere e per fare una gentilezza. In una situazione come quella che ho descritto poco fa, mi fermo e faccio passare chi si trova in difficoltà. Anche se ho la precedenza. Anche se perdo un secondo e, a dire la verità, anche se ne perdo di più. Non ritengo i miei secondi così preziosi. O meglio, li ritengo preziosi in quanto mi permettono di fare qualcosa che faccia star bene me stesso e gli altri, non di arrivare inutilmente a destinazione un minuto prima. Procedo cogliendo ogni occasione per abbellire le strade, deturpate dell’ostilità di chi usa il programma concorrente. Il mio ha un database che non contiene insulti, e da quando lo uso non ne ho mai sentito la mancanza.

Vi prego, però, di fare attenzione. Ho detto che mi piace essere gentile e aiutare chi è in difficoltà, non che mi piace dare spazio ai prepotenti. Non faccio strada a chi procede come se ne fosse il padrone. Ma non ho insulti neppure per lui. Mi limito ad andare per la mia strada, senza cedere alla prepotenza, e dentro di me mi auguro che l’infelice personaggio (sì, la prepotenza rende infelici, qualcuno non se ne è accorto?) possa ritornare sulla strada della ragione. E anche questo lo spero con un sorriso, anche se con molta fermezza.

Una delle caratteristiche deleterie del software dell’automobilista è che opera anche sui compagni di viaggio. Quando il guidatore parte con la lancia in resta suggerisce di sostenerlo e dargli ragione. Non sapevate che anche il software ha la sua solidarietà? Le convenzioni fanno sembrare quasi offensivo prendere le distanze da chi guida e non assecondarlo nelle sue epiche battaglie. Io penso invece che sia educato e doveroso. Solleticare l’ego infuriato di un compagno di viaggio non è, come dicevo ironicamente, solidarietà. È solo banale e dannosissimo conformismo.

Aver bisogno di aggredire gli altri in qualsiasi forma è segno di una grande miseria. Puntellare il proprio traballante ego a suon d’insulti (per non dir di peggio) non può in alcun modo darne un’immagine migliore, né a se stesso né agli altri. È solo una scorciatoia, banale fino alla noia, che si autoalimenta e rende tutti più infelici. Se i nostri rabbiosi automobilisti si fermassero non dico a meditare, ma almeno a riflettere, magari potrebbero cominciare a capire…

 

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Le parole per dirlo 4: lessico quotidiano

 

Veniamo al mondo in un luogo ed in un tempo che hanno il loro lessico, e la mappa di questo lessico indirizza non solo le nostre parole ma anche i nostri pensieri e le nostre azioni.

Facciamo una semplice analogia da un argomento diverso dal lessico: le cose che troviamo intorno a noi per strada. Se camminiamo per le vie di una città di questa Italia del 2017, che cosa vedremo? Tra le altre cose, molti negozi di abbigliamento, molti negozi di prodotti e servizi telefonici, molti centri di tatuaggi, molte centri scommesse, molte sale slot, molti estetisti. Troviamo normale che nelle nostre strade si trovi un centro scommesse ad ogni incrocio ed uno di tatuaggi ad ogni rettilineo. Troviamo normale che non ci siano luoghi dove raccogliersi in silenzio e meditare. Questi ci suonano come cose strane, che non riusciamo neppure a visualizzare con precisione. Troviamo normale che ci siano poche biblioteche. E troviamo naturale non leggere libri, non meditare ma farci tatuaggi, scommettere, consumare smartphone come tramezzini, taroccarci per apparire belli… Quello che finiamo per fare dipende da quello che troviamo l’opportunità di fare. Quello che non ci viene presentato, proposto e pubblicizzato dovremmo cercarlo di nostra iniziativa, ma questo lo facciamo solo se in qualche modo ce ne è venuta l’idea; e molte delle nostre idee provengono appunto da altri che girano per le nostre stesse strade.

Con le parole accade lo stesso. Troviamo intorno a noi, e quindi dentro di noi, un lessico molto fornito per descrivere abiti e smartphone, per descrivere il funzionamento di aziende e istituzioni, per descrivere fenomeni naturali e varie tecnologie. Troviamo, però, poche e stentate parole per descrivere i nostri stati mentali, il modo in cui entriamo in relazione con i nostri simili e dissimili, i fattori che ci rendono felici e infelici; e di queste poche parole la maggior parte riguardano stati mentali, interazioni e fenomeni che ci fanno soffrire. Quante volte non sappiamo dare un nome a quello che sentiamo, e rapidamente ne distogliamo lo sguardo finendo per non riconoscerlo!

Ho avuto occasione, recentemente, di sfogliare un testo di studio di una lingua straniera. C’è una sezione lessicale, con la terminologia che permette di trattare gli argomenti che servono ogni giorno, dalla famiglia allo sport, dalla casa alle vacanze. Ci sono dialoghi su ristoranti, acquisti, operazioni bancarie e quant’altro. Il problema di descrivere quello che sentiamo non si pone neppure. Non “serve”. Ci sembra logico che i manuali ignorino ciò che non è di immediata utilità, ma se ci si ferma a riflettere si capisce che non lo è affatto. Impariamo, nella nostra o in un’altra lingua, a usare sms e whatsapp. E poi, che cosa sappiamo scrivere con questi prodigiosi mezzi di comunicazione? Sembra a volte che le parole che usiamo per descrivere il modo in cui comunichiamo siano più di quelle che usiamo per comunicare qualcosa!

Per trattare il problema di come affrontare una scelta difficile, per ragionare sui valori in gioco e sulle nostre reali motivazioni ci mancano spesso le parole, le idee e la stessa volontà di fermarci a riflettere, cercare di capire ed accettare di poter modificare le nostre opinioni e i nostri comportamenti.

Per fare tutto questo bisogna aver imparato ad uscire dalla corrente, indifferenti a quelle che Gauss chiamava “grida dei beoti” (ma, dall’alto del suo genio, non aveva il coraggio di affrontare!), aver imparato che lo spirito del tempo non è la verità, aver imparato ad esplorare strade che qui ed oggi sono poco frequentate ma sono ricche di impronte, vecchie e recenti, dei più grandi uomini…

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Cose viste dall’alto

 

Se cerchiamo di immaginare che cosa si provi in situazioni molto diverse da quelle ordinarie possiamo facilmente e gravemente ingannarci. Sottopongo alla vostra riflessione un evento certo non frequente: la caduta da una montagna o da un ponte. Potremmo pensare che in tali frangenti si attraversi, prima dell’impatto finale, qualche secondo di terrore ed angoscia. Nel caso della montagna si aggiungerebbe il dolore per gli urti contro le rocce. Sbaglieremmo in entrambi i casi, ed in modo radicale, come ci dicono molte e concordi testimonianze dirette di chi, nelle situazioni descritte, si è salvato. Tra le fonti attendibili ne ho scelte due che hanno avuto importanza nella storia degli studi sull’argomento. La prima è un articolo pubblicato nel 1892 da Albert von St. Gallen Heim, che era un geologo (professore all’Università di Zurigo) ed alpinista. Heim ebbe un incidente, in seguito al quale fece una ricerca che fu pubblicata sul bollettino del Club Alpino Svizzero. Che cosa hanno raccontato le persone sopravvissute alle cadute? Questa è la sintesi fatta da Heim: «Non ci fu sofferenza, né la paura paralizzante che può presentarsi in situazioni di minor pericolo (come lo scoppiare di un incendio). Non ci fu angoscia, nessuna traccia di disperazione, nessun dolore; piuttosto, una solennità calma, una profonda accettazione, una predominante rapidità mentale ed un senso di sicurezza. L’attività mentale divenne rapidissima, crescendo di cento volte per velocità o intensità. Le relazioni tra gli eventi e i loro probabili effetti erano previsti con chiarezza oggettiva. Non ci fu nessuna confusione. Il tempo si espanse ampiamente. L’individuo agiva con rapidità fulminea in base ad una valutazione accurata della situazione. In molti casi seguì un’improvvisa revisione dell’intero passato della persona; ed alla fine la persona che cadeva spesso udì una bella musica e cadde in un cielo di un blu superbo con nuvolette rosa. Poi si perdeva conoscenza senza dolore, generalmente al momento dell’impatto che era, prevalentemente, udito ma non percepito dolorosamente». Questa è la testimonianza diretta della caduta dello stesso Heim, che diede origine alla ricerca: «Considerai come la notizia della mia morte sarebbe arrivata alle persone che amavo e nel pensiero le consolai. Poi vidi la mia intera vita passata svolgersi in molte immagini, come su un palcoscenico a qualche distanza da me. Mi vidi come il protagonista della rappresentazione. Tutto era trasfigurato come da una luce celeste e tutto era bello e senza sofferenza, senza angoscia e senza dolore. Anche il ricordo delle esperienze tragiche che avevo vissuto era chiaro ma non rattristante. Non sentivo conflitto né lotta; il conflitto era trasformato in amore. Pensieri elevati ed armoniosi predominavano ed univano le singole immagini, e come una musica magnifica una calma divina si diffuse nella mia anima. Fui sempre più circondato da uno splendido cielo blu con delicate nuvolette rosee e viola. Ci entrai senza dolore e dolcemente e vidi che stavo cadendo liberamente nell’aria e che sotto di me aspettava un campo di neve. Le osservazioni oggettive, i pensieri e le sensazioni soggettive erano simultanei. Allora sentii un colpo sordo e la mia caduta era finita». Prima dell’esame delle altre testimonianze troviamo queste considerazioni (Heim estese la sua ricerca oltre le cadute in montagna): «Le persone che erano cadute da grandi altezze non erano consapevoli che le loro ossa si erano rotte finché non cercavano di alzarsi. Un ragazzo italiano di sedici anni che era caduto da un’impalcatura subendo fratture al cranio e alla clavicola mi disse di aver solo udito il rumore delle ossa che si rompevano ma senza sentire alcun dolore»; «Uomini colpiti da proiettili in tempo di guerra non avevano sentito entrare le pallottole. Si accorsero di essere stati colpiti perché un arto non si muoveva più o sanguinava». Ed ora ascoltiamo qualcuno degli intervistati: «Durante la caduta non ho provato nessuna sensazione spiacevole. Ricordo con chiarezza di aver fatto tre o quattro salti mortali in aria; questo mi fece temere di perdere il coltellino che mio padre mi aveva regalato. Nonostante le molte ferite posso assicurare ancora una volta che durante la caduta non ho avuto la minima sensazione spiacevole, dolorosa o ansiosa. Non ho sentito niente dell’urto da molto prima di perdere coscienza». Quello che segue è il racconto di un alpinista caduto all’indietro dalla cima del Kärpfstock: «La caduta all’indietro e verso l’esterno fu, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, completamente priva delle sensazioni angosciose che spesso si hanno nei sogni. Al contrario, mi sono trovato a fluttuare all’indietro nel modo più piacevole e durante la caduta ho avuto la consapevolezza più piena. Senza dolore né angoscia ho esaminato la mia situazione, il futuro della mia famiglia ed i provvedimenti che già avevo preso per la loro sicurezza con una rapidità della quale non ero mai stato capace prima. Non c’è stata traccia della mancanza del respiro della quale spesso si parla, e senza alcun dolore ho perso coscienza al momento dell’urto più forte sul tappeto di neve che copriva la roccia. Non ho sentito nulla delle ferite che avevo subito sulla testa e sugli arti. Non riesco ad immaginare un modo più dolce e bello di morie. Certamente, il risveglio portò sensazioni diverse». Heim aggiunge che i racconti di cadute raccolti da altre testimonianze concordano con quelli delle persone da lui intervistate. Lo psichiatra David Rosen di San Francisco ha condotto nel 1975 uno studio tra i sopravvissuti ad un tuffo suicida dal Golden Gate Bridge. Come è facile immaginare, il numero dei candidati allo studio è molto ridotto (il ponte è alto circa 67 metri sul livello dell’acqua): undici persone, l’uno per cento degli aspiranti suicidi. Di questi è stato possibile intervistarne sei. Che cosa può accadere in quella manciata di secondi? Tutti gli intervistati hanno descritto la caduta come tranquilla e piena di pace, senza nulla di terrificante. Sentiamo le loro parole: «È stata la sensazione più piacevole che abbia mai provato. Vedevo l’orizzonte ed il cielo blu e pensavo a quanto fosse bello», «Mi sentivo come un uccello in volo, una tranquillità totale. Nella mia mente stavo lasciando un regno ed entrando in un altro. Non ho lottato. Ho lasciato andare. Desideravo sapere che cosa sarebbe venuto dopo». Ma c’è di più. Rosen ci dice: «Tutti hanno provato, in qualche misura, fenomeni di trascendenza e rinascita spirituale, simili a precedenti racconti di esperienze religiose e transpersonali». Uno degli intervistati dice di aver sentito che «c’è nel cielo un Dio benevolo che permea tutte le cose dell’Universo»; e noi siamo tutti membri «della divinità, quella grande umanità divina». Un altro, in seguito all’esperienza, dice che tutto quello che vuole è «fare qualcosa per gli altri». Un altro ancora racconta: «Ero pieno di una nuova speranza e di uno scopo nella vita. Questo oltrepassa la comprensione della maggior parte delle persone. Apprezzo il miracolo della vita, come guardare un uccello che vola; ogni cosa è più ricca di significato quando ti avvicini tanto a perderla. Ho provato un senso di unità con tutti gli uomini. Dopo la mia rinascita psicologica sento la sofferenza degli altri […]. Ogni cosa era chiara e luminosa, e sono diventato consapevole della mia relazione con il mio creatore». Non entrerò (per adesso, eh!) nel merito delle possibili interpretazioni di questi fenomeni. Vorrei solo sottolineare quale capacità di farci soffrire abbiano opinioni ed aspettative che creiamo arbitrariamente. Qui si tratta del dolore e dell’angoscia che attribuiamo a persone che ci hanno lasciati, oppure del terrore che associamo all’eventualità di vivere in prima persona gli incidenti dei quali ho parlato. Il discorso è molto più vasto, e riguarda un gra n numero di esperienze delle quali abbiamo una rappresentazione arbitraria che ci fa soffrire senza ragione. Solamente ascoltando ed aprendoci all’inatteso possiamo correggere il tiro… Facebook

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Il sorpasso del Chimborazo

 

Il mese scorso si è diffusa sul web la notizia che il monte più alto della Terra non è l’Everest ma il Chimborazo, nelle Ande ecuadoriane.

L’Everest è il più alto sul livello del mare. Però, data la forma schiacciata della Terra, la cima più distante dal suo centro è appunto quella del Chimborazo. Intorno all’equatore il livello del mare è più lontano dal centro della Terra di quanto lo sia alla latitudine dell’Everest.

In realtà l’ipotesi è stata fatta qualche anno fa, ma adesso è stata confermata da una spedizione.

Questa storia presenta più di un punto di interesse.

Che l’Everest fosse il monte più alto del pianeta lo imparavamo alle scuole elementari, ed era scontato e fuori discussione. Era un fatto, e non si discuteva.

Ricordo ancora che all’ultimo anno di liceo – correva l’anno 1968! – anche la mia scuola fu lambita dalle onde della contestazione e qualche compagno (di classe!) avanzò rivendicazioni di un maggiore colloquio. Il professore di scienze ebbe a rilevare che sì, il colloquio andava bene, ma che cosa ci sarebbe stato da colloquiare se ci diceva che il Sole si trova a centocinquanta milioni di chilometri dalla Terra? È così e basta, perbacco!

Ahinoi, molti uomini di scienza (che poi il professore in questione lo fosse è un altro paio di maniche) tendono ad ignorarne la storia, e a sopravvalutare le nostre attuali conoscenze come se fossero un punto di arrivo e non il brancolare da semianalfabeti del sapere che verosimilmente sono. Quelli che qualsiasi fisico di fine Ottocento considerava fatti stabiliti con assoluta certezza hanno cessato di essere tali in pochi decenni. L’intera visione meccanicistica e deterministica dell’Universo è crollata come la New Town dell’Aquila.

Ma non intendo intrattenere i miei pazienti lettori sui limiti della conoscenza scientifica (per oggi…).

Vorrei invece soffermarmi brevemente su quello che usiamo definire “un fatto”. Prima che girasse la faccenda del Chimborazo (quasi) tutti, di fronte all’affermazione “Il monte più alto della Terra è l’Everest”, avrebbero convenuto che, ovviamente, “è un fatto”, e tanti lo sosterrebbero ancora oggi.

Il punto è che quell’affermazione non descrive un fatto, ma una serie di interpretazioni. L’espressione “Il monte più alto” non ha un significato univoco, come è risultato evidente dal sorpasso del Chimborazo. Che significa “più alto”? Niente di definito, come si è visto.

Questo avviene per ogni frase che possiamo comporre. Non esistono nudi fatti.

E qui viene il bello.

Dell’inesistenza dei nudi fatti si è accorto, tra gli altri, il geniale quanto controverso Nietzsche, la cui considerazione “Non esistono fatti ma solo interpretazioni” è ormai un luogo comune, declinato in varie forme dai filosofi della galassia postmoderna. Però, non è un fatto neppure questo!

L’acuta affermazione nietzschiana andrebbe secondo me riformulata in questi più prudenti termini: non esistono fatti senza interpretazioni. Come sostiene una corrente di pensiero alla quale apparteneva anche Umberto Eco, anche se non siamo in grado di formulare nudi fatti, esiste pur sempre un limite all’interpretazione. Se io dico che l’Everest è un monte di cocci come Testaccio non c’è interpretazione che possa renderlo vero.

So bene di avere sfiorato la superficie un argomento che si può estendere all’infinito, ma non temete: per adesso mi fermo qui.

Volevo solo sottolineare, in tempi di conclusioni sbrigative, fede nelle apparenze e giudizi istantanei, sincopati e contundenti, che il processo della conoscenza è laborioso e per sua natura umile. Non conosciamo fatti ma non possiamo prescinderne; e dobbiamo in qualche modo orientarci in una selva oscura nella quale qualche raggio di sole si fa strada tra i rami.

Qualcosa sappiamo, e potremmo utilmente dedicarci ad accrescere la nostra conoscenza se non fossimo mossi da motivazioni assai diverse dal desiderio di sapere…

Ne riparliamo, eh!

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Phoenix

 

Ritorno ai lettori di queste pagine dopo una lunghissima assenza, che potrebbe aver dato l’impressione del definitivo abbandono. Parole senza rumore non è morto, e torna a parlare con la consueta discrezione a chi gradisce ascoltarlo.

Il mito della fenice che rinasce dalle proprie ceneri mi affascina. Penso che le nostre valutazioni su ciò che è vivo e ciò che è morto siano spesso affrettate ed approssimative, quando non ingannevoli per un’inconsapevole strategia. Relazioni che sembrano finite tornano a volte a risplendere più luminose che mai, e viceversa.

Non considero mai finita una storia (non ci sono solo le storie d’amore, eh!). Le storie non finiscono mai. Noi stabiliamo arbitrariamente l’inizio e la fine di una storia, senza tener conto di ciò che la precede rendendola possibile e di ciò che la segue e ne consegue, e senza tenere conto del fatto che ignoriamo ciò che accadrà e che potrà “riaprirla”. Senza tener conto del fatto che una storia “finita” vive con noi e cambia con noi ogni giorno, perché la reinterpretiamo in modi diversi scoprendone nuovi aspetti e nuovi significati. Mi considero attualmente in relazione con tutte le persone che ho conosciuto, anche se non le frequento da decenni, e se mi accade (come mi è accaduto) di incontrarne qualcuna trovo del tutto naturale riprendere il discorso apparentemente interrotto. A volte pensiamo di “chiudere con qualcuno”, ma questo non è possibile. Ciò che è avvenuto rimane in noi (e spesso può insegnarci molto, ad onta del nostro orgoglio), e il qualcuno tagliato fuori può rientrare, diventando magari amico in seguito alle mutate circostanze dopo che lo abbiamo affrettatamente fatto oggetto del nostro anatema.

Così, questo blog ha taciuto ma non è finito. Risorgere dalle proprie ceneri è un’idea che trova quotidiana applicazione, anche se non sempre ce ne accorgiamo. Ogni giorno nel mondo qualcuno esce trasformato da un’esperienza, e spesso capita di non accorgersi (o di non voler vedere) che questo accade anche nelle nostre immediate vicinanze.

C’è però una situazione nella quale il mito della fenice si manifesta in modo quasi letterale, e poiché si tratta di un fenomeno che è al centro dei miei attuali interessi vorrei accennarne brevemente, in attesa di tornare sull’argomento (no, non tra altri tre anni, dai!).  Alludo a quelle che vanno sotto il nome di esperienze di premorte, o Near Death Experiences.

Durante queste esperienze accade a volte di vivere quello che si presenta come un contatto con un piano di realtà superiore a quello ordinario e di rivedere la propria vita da una prospettiva radicalmente nuova. Si tratta di esperienze trasformative, dalle quali si può uscire con un sistema di valori e convinzioni opposto a quello che si aveva in precedenza. L’argomento è vastissimo ed ha molteplici aspetti, ed è molto difficile affrontarlo senza lasciarsi guidare dai propri pregiudizi e dalla propria ignoranza. Penso però, e con me lo pensano innumerevoli studiosi che sono entrati in contatto con questi fenomeni, che la conoscenza di quello che accade in quei momenti possa fornirci insegnamenti preziosi, mostrarci aspetti della realtà nella quale viviamo che resterebbero altrimenti celati ed aiutarci ad abbandonare paure infondate e falsi valori che così spesso deturpano la nostra vita e quella di coloro che ci incontrano.

Morte e rinascita sono il tema del mito di Persefone e dell’antica celebrazione dei misteri eleusini. Questo argomento è per molti solo un polveroso ricordo di scuola, qualcosa che si riferisce ad un’epoca lontana nella quale si tenevano oscure liturgie ancora non raggiunte dal lume della ragione. Eppure, lo studio di quello che avveniva ad Eleusi può riservare grandi sorprese. Ci sono passate le menti più grandi della Grecia classica, quegli uomini il cui pensiero ha contribuito a plasmare la civiltà occidentale. In quel luogo si producevano esperienze profonde e trasformative, per dare una pallida idea delle quali prendo in prestito qualche frase di chi ha saputo. Ad esempio Cicerone (De legibus), che fu iniziato ai misteri: “… la tua Atene mi sembra abbia dato origine a molti ed egregi principii umani e religiosi, e li abbia introdotti nella vita umana, ma poi non vi fu nulla di meglio di quei misteri, dai quali, venuti fuori da vita rozza ed inumana, siamo stati educati e addolciti alla civiltà, e quindi si chiamano iniziazioni, perché abbiamo conosciuto i princìpi della vita nella loro vera essenza; e non soltanto abbiamo appreso il modo di vivere con gioia, ma anche quello di morire con una speranza migliore…”.  Oppure Pindaro: “… Felice chi entra sotto la terra dopo aver visto quelle cose: conosce la fine della vita, conosce anche il principio del tutto dato da Zeus…”.  O Sofocle: “… tre volte felici quelli fra i mortali che vanno nell’Ade dopo aver contemplato questi misteri: difatti solo per essi laggiù c’è una vita, mentre per gli altri lì vi sono tutti mali…”

A quanto sembra (non solo dai minimi accenni che ho fatto), avveniva qualcosa che lasciava un segno profondo, ed insegnava tanto a vivere quanto a morire. Con ciò che avveniva ha a che fare il kykeon, la bevanda rituale che si distribuiva al culmine delle celebrazioni. Ma qui il discorso si fa impegnativo, ed oggi volevo solamente accennare ad un tema, quello della morte e della rinascita, che non è solamente letterario, mitologico o storico ma è parte essenziale degli aspetti più significativi della nostra quotidianità. Seneca diceva “cotidie morimur”, moriamo ogni giorno. Mi permetto di aggiungere che ogni giorno possiamo rinascere…

Buon anno, no?

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